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Entro giugno 2012 riorganizzati i punti nascita

I punti nascita in Sicilia passeranno dai 70 del 2009 a 47, con una riduzione di 23 unitĂ .
Saranno rifunzionalizzati i reparti di ostetricia e ginecologia con meno di 500 parti all’anno, con cinque deroghe in ragione di particolari posizioni geografiche o di difficili collegamenti stradali.
Sono questi i punti salienti del decreto sul riordino e la razionalizzazione della rete dei punti nascita in Sicilia che l’assessore regionale per la Salute, Massimo Russo, ha presentato ieri a Palermo al congresso della Società italiana di ostetricia e ginecologia.

Nel decreto c’è anche un forte richiamo alle strutture private convenzionate, chiamate ad arginare l’enorme numero di parti cesarei che è stato registrato negli ultimi anni.

Il decreto sulla rete dei punti nascita, come previsto nell’accordo raggiunto lo scorso anno in Conferenza Stato – Regioni, prevede la rifunzionalizzazione dei punti nascita con meno di 500 parti all’anno, fissando a mille parti lo standard verso cui si dovrà tendere nel giro di un triennio.

I cinque punti nascita che resteranno attivi nonostante un numero di parti inferiore sono Corleone (Palermo), Nicosia (Enna), Bronte (Catania), Mussomeli (Caltanissetta) e Santo Stefano di Quisquina (Agrigento). Il loro mantenimento è giustificato dalla oggettiva difficoltà o impossibilità di garantire, entro tempi congrui, il trasferimento delle pazienti verso strutture di secondo livello, dall’ampiezza dell’area territoriale di riferimento e dalla media del numero di parti già effettuati nel quinquennio, superiore a 150 parti all’anno.

E’ previsto l’accorpamento dei punti nascita, anche con numero di parti superiore a 500, nei casi in cui la distanza fra loro è estremamente ridotta.

La nuova organizzazione dovrĂ  essere completata entro il 30 giugno 2012, secondo i piani attuativi che dovranno essere predisposti dai direttori generali delle aziende entro il mese di marzo.

La rifunzionalizzazione della rete prevede strutture di primo e secondo livello, secondo il modello “hub e spoke” previsto dal Piano sanitario regionale: le strutture di secondo livello, cioè quelle che tratteranno i casi più complessi, dovranno garantire anche le funzioni assistenziali di terapia intensiva come le Utin (unità terapia intensiva neonatale) e le rianimazioni.